Frontespizio del Tomo I degli atti del processo "Pagliacci" per Lesa Maestà a carico di cinque "sovversivi" di diversa estrazione sociale, tutti collegabili al "Centro Insurrezionale di Orvieto", processo iniziato nel 1867 e conclusosi nel 1868 con cinque condanne per "complicità in cospirazione per insorgere contro il Sovrano e lo Stato", leggi "Pio IX", l'ultimo Papa-Re, e lo "Stato della Chiesa".

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Il delitto politico

 

                                   

e la nascita

 

                                   

delle società segrete

 

                                   

nel 1800

 

                                   

 

                                   

 

                                   

I delitti politici

Cenni storico-introduttivi

 

                                   

 

                                   

Il sistema dottrinario del crimen Laesae Maiestatis  proviene dall’esperienza romana, fondata sui titoli specifici del Digesto e del Codice dedicati alla protezione del sovrano, ed è stato mediato dall’uso fattone a protezione dei rapporti feudali ed in seguito dai giuristi medievali.

 

Questi ultimi tentarono una sistemazione della materia, come è evidente nel caso di Girolamo Giganti, il quale cerca di ampliare la visione ulpianea legata alla nozione di “securitas populi romani” e nel lungo elenco proposto dal giureconsulto Matteo degli Afflitti, che individua quarantacinque casi di Lesa Maestà; tra cui rebellioseditiotumultusconcitatio hominum.

 

 

Frutto della Rivoluzione Francese fu invece l’introduzione in ambito legislativo, del concetto di “delitto politico”, abolendo il termine crimen Laesae Maiestatis.

 

Veniva così inaugurata una nuova epoca, in cui era superata una concezione casistica della materia, per approdare ad una elaborazione fondata su basi meramente logiche, nella speranza di riuscire a conciliare le libertà individuali con l’autorità dello Stato.

 

 

Nel 1800 si diffonde poi un’idea di Stato che si può riassumere nelle parole dello storico Max Weber:

 

                                   

 

                                   

“Come tutti gli agglomerati politici che lo hanno

preceduto storicamente, lo Stato consiste in un rapporto

di dominio dell’uomo sull’uomo, fondato sul mezzo della

violenza legittima

 

Lo Stato non può dunque esistere, se non a condizione

che gli uomini dominati si sottomettano all’autorità che

volta per volta i dominanti rivendicano…”.

 

                                   

 

                                   

Partendo da questa visione dello Stato come parte forte, si può comprende come la ribellione ed il tradimento, proprio perché si manifestano in un comportamento che nega la soggezione e la fedeltà, costituiscono la base comune di tutta la dottrina in tema di Diritto Penale politico, infatti nessuna figura di reato di quelle denominate crimen Laesae Maiestatis, sfugge ad una diretta o indiretta riconducibilità all’interno dello schema del tradimento o della ribellione.

 

 

Se si insinua il dubbio di una effettiva opposizione, è chiaro che il passo successivo sia quello di credere che le fondamenta del tradimento siano più vaste, ossia che esse poggino su di una vera e propria cospirazione.

 

L’attenzione crescente verso i reati contro lo Stato, contro la sicurezza interna ed esterna di questo sistema ormai consolidato nei secoli, portò quindi i giuristi dell’Ottocento a dover mediare tra l’incontestabilità del potere assoluto ed il crescente sentimento liberale.

 

 

Le norme relative agli illeciti politici vennero riunite organicamente nei Codici preunitari, risentendo ancora dell’influenza del “crimenlese”, in particolare nella qualificazione politica del reato.

 

La maggior parte di questi Codici infatti era una diretta filiazione del Codice Napoleonico del 1810 e risentiva quindi degli influssi del potere dell’Imperatore, che portarono ad un potenziamento del delitto di Lesa Maestà.

 

 

Il Codice Penale del Regno delle Due Sicilie, promulgato da Ferdinando I nel 1819, collocava tali illeciti sotto la dizione “Reati contro lo Stato”, dividendoli in “Reati contro la sicurezza interna” e “Reati contro la sicurezza esterna dello Stato” ed in “Rivelamento dei reati contro lo Stato”.

 

Nello Stato Pontificio, il “Regolamento sui delitti e sulle pene” del 1832 dedicava invece il Titolo II del Libro II ai Delitti di Lesa Maestà, senza ulteriori ripartizioni.

 

 

Simile al regolamento “gregoriano” il Codice Criminale per gli Stati Estensi del 1855, invece, disciplinava genericamente nel Titolo II del Libro II i “Delitti di Lesa Maestà e alto tradimento”.

 

Si discostavano in parte il “Codice Penale pel Gran Ducato di Toscana” del 1853, il “Codice Penale per gli Stati di S. M. il Re di Sardegna” del 1839 e il “Codice Penale per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla” del 1820.

 

 

I primi due usavano la formula di “Reati contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato”, in particolare il Codice toscano era uno dei migliori modelli presenti nella Penisola poiché, oltre ad essere avanzato nei contenuti, si fondava sul recupero sociale del reo;“la sua elevata qualità fece bloccare al confine toscano il processo di unificazione legislativa penale”.

 

Non appare quindi strano che tale Codice fu anche  apportatore di novità nella valutazione dei delitti politici,

punendo la cospirazione non più con la pena di morte ma con la reclusione a venti anni;

prevedendo due specie di cospirazione, una semplice, l’altra più grave, basata su veri e propri atti di preparazione del delitto;

non allegando nel catalogo dei delitti quello che era previsto negli altri Codici italiani, cioè il non rivelare i delitti politici dei quali si era venuti a conoscenza.

 

 

Il Codice parmense invece riuniva i delitti politici sotto il Titolo generico di “Reati contro lo Stato”, poiché al contrario dei primi, era stato contaminato dalla tradizione del diritto romano mantenendo tale denominazione per evidenziare la differente gravità “dell’Attentato o cospirazione contro la persona del Sovrano”.

 

Nel 1859, in concomitanza con il movimento di unificazione politica, cominciò poi a sorgere sulle singole legislazioni regionali la legislazione penale dello Stato Italiano.

 

 

Il Codice Penale contenne parecchi miglioramenti:

fu abolita la pena capitale per i reati meramente politici, con la sola eccezione dell’attentato contro la persona del Re e dei suoi congiunti;

si ebbe una gradazione delle pene, che portò ad una sanzione minore in caso di cospirazione piuttosto che nel caso di attentato,

in più,, come nel Codice toscano,, venne abolita l’incriminazione in caso di omessa denuncia dei reati politici.

 

La razionalizzazione di questi delitti compiuta dai giuristi ottocenteschi rimase comunque ad un livello quasi sempre classificatorio, non raggiungendo mai quel grado di certezza e completezza che si richiedeva ad un tema così importante.

 

Solo con i Regolamenti Gregoriani si ebbe un primo vero tentativo di disciplinare questa materia in maniera compiuta e l’impresa in parte riuscì.