Il frontespizio del Tomo II degli atti relativi al processo

"Pagliacci" per Lesa Maestà a carico di cinque "sovversivi"

di diversa estrazione sociale, tutti collegabili al "Centro

Insurrezionale di Orvieto", processo iniziato nel 1867 e

conclusosi nel 1868 con cinque condanne per "complicità in

cospirazione per insorgere contro il Sovrano e lo Stato",

leggi "Pio IX", l'ultimo Papa-Re, oggi "beatificato" (?!), e lo

"Stato della Chiesa".

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

I delitti “politici”

 

                                   

a Roma e nell’Alto Lazio

 

                                   

 

                                   

                                   

 

                                   

Evoluzione

 

                                   

dei delitti “politici”

 

                                   

 

                                   

 

                                   

L’Italia alla metà dell’800 aveva circa ventisei milioni di

abitanti, ma le sue città, rispetto a quelle francesi ed

inglesi, erano “sviluppate” ma poco “popolate”.

 

Se da un lato svolgevano le funzioni di “Capitali” o di

“Capoluoghi” amministrativi e produttivi, dall’altro non

avevano però un tessuto sociale che comprendesse

anche le campagne, o che si “legasse” ad esse in

qualche modo.

 

 

Nelle “città” avveniva tutto, esse infatti erano

“rappresentative” dello Stato costituendone la parte più

“moderna” e “significativa”, ben diverso il discorso per

le campagne “povere” e con un ruolo “marginale”.

 

Lo stesso Mazzini quando si rivolgeva al “Popolo” si

riferiva ai “Cittadini” e non agli abitanti delle campagne.

 

 

Sarà questo il “tallone d’Achille” dell’Italia quando si

giungerà all’unificazione nazionale, ossia quando si

cercherà un’“aggregazione” tra l’universo cittadino e

quello contadino.

 

Ecco perché, riferendosi proprio ai programmi

“mazziniani”, Marx individuava in queste orbite diverse

il nodo della “questione italiana”.

 

 

Scriveva infatti:

 

                                   

 

                                   

“Mazzini conosce soltanto le città con la

loro nobiltà ‘liberale’ e i loro borghesi

‘illuminati’.

 

I bisogni materiali della popolazione

italiana delle campagne, ‘sfruttata’ e

sistematicamente ‘snervata come

quella irlandese, restano naturalmente al

di sotto del cielo delle frasi dei suoi

manifesti cosmopolitico-neocattolico-

ideologici.

 

Invero ci vuole del coraggio per spiegare

ai borghesi e ai nobili che il primo passo

per l’indipendenza dell’Italia è la

completa emancipazione dei contadini e

la trasformazione del loro sistema ‘a

mezzadria’ in una libera proprietà

borghese”.

 

                                   

 

                                   

In questo quadro Roma costituiva una realtà

“particolare”.

 

Il suo “isolamento” e la sua atmosfera “culturale”

frenarono lo sviluppo del Movimento “Liberale” e

Nazionale”, che rimase sempre un po’ “confuso” e

“incerto” rispetto a quello che si andava formando dalla

“Restaurazione” in poi in altre parti d’Italia.

 

 

Scarseggiavano, infatti, le “notizie” degli avvenimenti

interni ed esterni, anche se “idee”, “discussioni” e

“programmi” giungevano ugualmente nella Città Eterna,

sia pure in maniera “frammentaria”, attraverso gli

scritti sfuggiti al controllo della “censura” ed ai racconti

dei viaggiatori.

 

Arrivavano dalle “Legazioni” emissari di società

“segrete” portando “informazioni” e “direttive”, anche

se spesso bloccati nella loro opera di “proselitismo”

dall’intervento della Polizia.

 

 

A partire dal 1846 anche i popolani romani vennero

scossi bruscamente e, chiamati in causa, furono invitati

a prodigarsi nella “rivoluzione”.

 

Avevano trovato nel proprio seno “capi” come

Ciceruacchio, che parlavano delle “loro” condizioni e dei

“loro” bisogni.

 

 

La conferma però della “debolezza” e dell’“isolamento”

dei “Liberali” si ebbe nella conclusione disastrosa del

tentativo rivoluzionario del luglio 1853, subito abortito,

sul territorio romano.

 

La Polizia Pontificia colse l’occasione per annientare

tutti gli “oppositori”, ne seguì un clamoroso processo

che vide incriminate 58 persone.

 

 

Le pene furono severissime: 5 condanne “a morte”,

8 ergastoli, dai 15 ai 20 anni per i sostenitori

dell’impresa.

 

Qualche personaggio era riuscito a sfuggire a questa

violenta “repressione”, tanto che dopo qualche mese si

potevano già cogliere i “segni” di una rinnovata attività

del Partito “Liberale” e “Nazionale”, sia a Roma che

nella Provincia.

 

 

Bisognerà attendere però gli anni successivi al 1860 per

notare a Roma qualche serio “tentativo” di

organizzazione “repubblicana” e “democratica”.

 

Appare evidente che nel corso degli anni Roma non

riuscì mai a creare un’organizzazione a raggio “statale”

e le città più vicine, tutte quelle del Lazio e quelle

dell’Umbria, si appoggiavano alla Capitale in posizione

di “dipendenza”.

 

 

Molte altre, pur mantenendo rapporti di carattere

“associativo” con il Comitato Romano, godevano invece

di una vitalità “autonoma”.

 

Era questo soprattutto il caso dell’Emilia e della

Toscana, dove dopo il 1857 si sentì in maniera più forte

l’influenza della Società “nazionale” grazie anche alla

vicinanza con il Piemonte.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                   

Nel pensiero di Mazzini e nella strategia politico-

cospirativa che ne prendeva esempio, Roma e il Lazio

occuparono comunque un rilievo eccezionale.

 

Non tutto lo Stato Pontificio, quindi, ma solo Roma e il

Lazio, a causa di quegli aspetti “simbolici” e quelle

considerazioni “ideali” e “storiche” che valevano per la

Città e non per tutto quanto lo Stato.

 

 

La scelta di Mazzini era stata fatta non per una

questione di “primato” (dato che la parte più sviluppata

sia “culturalmente” che “economicamente” era quella a

Nord del Territorio Pontificio), ma per il richiamo

“morale” che Roma esercitava e che già lo stesso

Napoleone aveva sottolineato proclamandola seconda

Città dell’Impero.

 

Grazie alla “predicazione” mazziniana Roma diventò

l’epicentro “morale” e “materiale” della propaganda

“patriottica”.

 

 

Nonostante le condanne del ’53 l’ideologia”

repubblicana si sedimentò non solo nella Capitale, ma

anche nei paesi dell’Agro, nei Castelli, nel Frosinate e

nel Viterbese, capitalizzando la “memoria” e l'“attività

legislativa” della “Repubblica Romana”.

 

Si assistette quindi ad una proliferazione di “circoli”,

società “operaie”, giornali e organizzazioni di “mutuo

soccorso”.

 

 

È necessario infatti considerare che, fino al Settecento e

per buona parte dell’Ottocento, la Campagna Laziale

venne amministrata dal Governo Pontificio in virtù di

un’organizzazione territoriale che tendeva ad

“appiattire” le realtà “locali” e a “rafforzare” il

predominio della Capitale, relegando i territori intorno

alla città al semplice status di “Campagna Romana” o di

“Comarca”.

 

È solo a partire dal 1827, con la riforma

“amministrativa” promossa da Leone XII, che per la

prima volta la zona intorno a Roma ricevette

l’organizzazione di una vera “Provincia”.

 

 

Dopo il 1849, il dibattito “politico” raggiunse anche le

campagne ed il “dialogo” tra centro e periferia superò

la logica dell'“esclusione” e dell'“assimilazione”

divenendo uno scambio reciproco.

 

D’altronde, a causa del suo carattere “democratico”, la

“Repubblica Romana” aveva fin dal principio messo in

rilievo il valore del consenso “popolare” e, per questo,

si era trovata di fronte al difficile compito di

“coinvolgere” nel meccanismo “elettorale” tutte quelle

fasce sociali che fino ad allora erano state “escluse” dal

dibattito “politico”.

 

 

Uno sforzo che il Governo affrontò anche grazie ad una

politica “culturale”, che promuoveva un genere di

letteratura a fini “pedagogici” destinata ad illustrare al

popolo la “differenza” tra “Repubblica” e “Monarchia”

Pontificia.

 

Il principale impulso a un’attività “riformatrice” che

riallacciasse il “legame” tra la città ed i centri

“periferici”, si doveva quindi alla ricerca di un consenso

“politico” a fini elettorali.

 

 

Durante l’ultimo periodo della Repubblica però,

nonostante lo sforzo di “politicizzare” la popolazione

delle campagne con la speranza che essa si sarebbe

opposta ai nemici che marciavano verso Roma, questo

intento non si avverò.

 

Il Governo fu costretto ancora una volta a rivolgersi alle

campagne tramite la diffusione di “manifesti” e scritti

che, oltre ai consueti slogan repubblicani, contenevano

anche vere e proprie “istruzioni militari”.

 

 

Esemplare in tal senso il manifesto pubblicato poco

prima della resa della Città con il titolo “Istruzione

popolare per la difesa dei paesi dello Stato”, dove era

scritto che:

 

                                   

 

                                   

Dai balconi e dalle finestre si dovranno

scagliare le tegole, i mattoni, e le materie

ardenti

 

sulle strade e punti ove possa credersi

che passi o si fermi l’inimico”.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                   

Sembra allora opportuno esaminare alcune delle

vicende più significative legate alla diffusione dei

principi “liberali” nel Lazio e alla loro “repressione”.

 

 

A Velletri, ad esempio, era nata una società politica

“segreta”, in relazione con l'“Associazione Nazionale

Italiana” e guidata “dall’agitatore dei popoli” Giuseppe

Mazzini, i cui soci “cospiravano” d’insorgere contro il

Governo Papale.

 

Gli iscritti dovevano diffondere i principi “rivoluzionari”

tramite la stampa “clandestina”, con la divulgazione

orale” e usando ogni mezzo utile a fare proseliti.

 

 

“Capo” di tale società “segreta” era considerato

Giuseppe Sciotti, salumiere e proprietario di un’osteria,

ndicato, nel “Monitore Romano” n. 130 del 13 giugno

1849, tra coloro che difesero la Repubblica alle porte di

Roma.

 

Questi era stato arrestato insieme a molti altri

rivoluzionari per ordine della Direzione Generale di

Polizia.

 

 

Un altro esponente di spicco della Società “segreta” di

Velletri era don Camillo Meda, il quale al tempo della

“Repubblica Romana”, insieme ad altri sacerdoti, prestò

assistenza ai feriti difensori di quel Governo.

 

Dalle carte processuali risultò che il sacerdote era in

possesso di stampe “favorevoli” alla Repubblica e che,

tra queste, vi era una “dichiarazione” in cui Meda

faceva la sua professione di fede “liberale”.

 

 

Dal carcere poi aveva intessuto una corrispondenza

“clandestina” con altri detenuti con lo scopo di

scambiare informazioni sul “trattamento” loro riservato

e diffondere notizie “politiche”.

 

Dalle carte del processo del 1853, però, risulta come

nessuno dei condannati per “complicità in attentato

all’ordine pubblico mediante corrispondenza settaria”

scontò l’intera pena, poiché tutte vennero ridotte per

“Grazia Sovrana” a sei mesi di reclusione, da

trascorrere nelle strutture carcerarie di Ancona,

Paliano, Corneto e nel carcere romano di San Michele a

Ripa.

 

 

Dallo stato nominativo dei “condannati” e dalla “tabella

delle pene” emanate a loro carico dal “Supremo

Tribunale della Sacra Consulta” si rilevava inoltre che a

Velletri molti appartenenti alle più svariate “categorie”

sociali si erano riconosciuti nelle teorie “mazziniane”.

 

Alla Società “segreta” appartenevano, infatti, il Conte

Antonio Borgia e alcuni “possidenti”, come Antonio

Blasi e Filippo Fortuna, ma anche “artigiani”, come

Carlo Cipriani, Giuseppe Martore e il “tipografo” Luigi

Cappellacci.

 

 

Il movimento “democratico” abbracciò anche i paesi del

“Ducato di Castro”, Corneto e Acquapendente.

 

Non è chiaro però quali fossero le linee guida

“politiche” ed i legami “ideologici” col pensiero

“mazziniano”.

 

 

L’“Associazione Castrense”, fondata nel 1848, era

composta dal “fior fiore” degli abitanti dei 14 paesi che

anticamente formavano il Ducato.

 

In un primo momento vennero nominati come Soci

“Onorari” alcune figure di spicco del panorama

“moderato”, come Mariani e Gioberti, mentre, in seguito

alla Prima Guerra d’Indipendenza, vennero aggregati i

“repubblicani” come Mazzini.

 

 

Tra i Soci “Ordinari” si distinguevano il Principe Antonio

Bonaparte e Vincenzo Valentini, cognato di Luciano

Bonaparte.

 

Tale associazione scriveva il 15 gennaio 1849 un

appello” ai popoli della Provincia, in cui esaltava la

proclamazione della “Costituente”, usando toni

“rivoluzionari” più che progressisti.

 

 

Il 21 gennaio dello stesso anno nella Provincia di

Viterbo gli abitanti furono chiamati ad eleggere i

rappresentanti dell'“Assemblea Costituente”.

 

Degli 8 Deputati eletti in questa Provincia il

personaggio che ebbe maggior peso nell’Assemblea fu

Carlo Luciano Bonaparte, Principe di Canino.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                   

Quest’ultimo ebbe dei forti legami con l'“Associazione

Castrense” e con le sue frange più estreme, che

istigavano il popolo “alle armi”.

 

Nei documenti di Polizia ed, in particolare, nel “Registro

dei Compromessi nell’Anarchia” del 1849 vennero

elencati tutti i membri dell’Associazione, in totale 47,

tra i quali spiccano i nomi dei “mazziniani” Nicola e

Francesco Mazzariggi.

 

 

Francesco, in particolare, fu uno dei protagonisti della

rivolta che scoppiò a Cellere.

 

Qui il “Gruppo Democratico”, oltre ad “occupare” le

Magistrature cittadine e la Guardia Civica, aveva creato

una rete molto stretta con l'“Associazione Castrense”,

in cui militavano ben 11 Celleresi.

 

 

Il Mazzariggi, ad esempio, era Consigliere sia del

Comune che dell’Associazione, nonché Capitano della

Guardia Civica.

 

La rivolta di Cellere, durata diversi giorni, finì però con

gli “insorgenti” che si diedero “alla macchia”.
 

 

L’appellativo “mazziniano”, che, nel periodo

immediatamente successivo alla caduta della

“Repubblica Romana”, era indistintamente assegnato a

“Repubblicani”, Liberali e “Democratici”, scomparve

del tutto dai documenti di Polizia e dalla corrispondenza

tra Comuni e “Delegazioni” Apostoliche negli anni che

vanno dal 1855 al 1860.

 

Seguendo le vicende nazionali, il Movimento

“Democratico” si divise, avvicinandosi in parte a Cavour

e in parte alla figura carismatica di Garibaldi.

 

 

Negli anni ‘60 si assistette al declino del fronte

“repubblicano”, non evitato neanche dal ruolo decisivo

dei “Democratici durante l’invasione delle Truppe

Garibaldine nella Tuscia.

 

Il Tondi ne parlava così:

 

                                   

 

                                   

“Noi del Comitato di Orvieto ci mettemmo

sollecitamente all’opera per riorganizzare

i comitati nella Provincia di Viterbo e

nello Stato di Castro.

 

L’operazione fu faticosa e riuscì appena a

trovare dei corrispondenti in tutti quei

paesi e città e massime in Viterbo.

 

Il verace patriottismo, di cui quella

provincia aveva dal ’31 al ’60 dato

luminose prove, era quasi del tutto

spento per la nefanda opera del partito

moderato.

 

                                   

 

                                   

Il mutamento della situazione politica trova riscontro

anche nei documenti: l'“Associazione Castrense” stessa

voltò indirizzo “politico” trasformandosi nella “Lega dei

Comuni di Castro” e, una volta impiantatasi

regolarmente ad Orvieto, iniziò a ricevere gli ordini dal

“Comitato Superiore”, composto da personaggi legati a

Cavour.

 

Uno dei personaggi di maggior spicco del gruppo

originario, Francesco Mazzariggi, si avvicinò al politico

sabaudo con cui mantenne una continua

corrispondenza.

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                   

Altro esempio interessante della diffusione dello spirito

“liberale” nel Lazio è il caso di Bracciano.

 

Questa cittadina, in cui non mancano episodi di vivacità

“politica” sin dai primi del secolo, era già nel 1816 sede

di una Caserma del neo istituito “Corpo dei Carabinieri

Pontifici”.

 

 

Fino al 1847 era stata anche sede del Governo Baronale,

ossia l’amministrazione della “giustizia” era gestita

direttamente e a proprie spese dal Barone feudatario.

 

Nel 1848 gli Odescalchi riscattarono il feudo e decisero

di “cedere” la giurisdizione baronale.

 

 

Nel ’49, sull’onda della nuova libertà “di stampa”

concessa dalla Repubblica, arrivarono a Bracciano e a

Castelnuovo di Porto “giornali” come il “Monitore

Romano”, organo “ufficiale” del Governo Repubblicano,

“opuscoli” e “manifesti” con le notizie degli eventi più

drammatici.
 

Nella giornata del 3 luglio 1849 le Truppe Francesi

presero possesso della Città di Roma e terminò

l'“esperienza” repubblicana.

 

 

Quel giorno tra i superstiti dell’assedio c’era anche un

giovane braccianese, Antonio Cerasari, figlio dell’ex

canonico Valentino Cerasari.

 

Il giovane, secondo un rapporto del “Governatore” di

Bracciano, tra il 20 agosto ed il 7 settembre era più

volte tornato a Bracciano:

 

                                   

 

                                   

Riempì bene la testa di più d’uno

sfaccendato, che qui tengono al Partito

Demagogico decaduto, d’esagerate

notizie, assicurando francamente tutti,

che fra poco l’Italia sarebbe stata liberata

dai 100mila Ungaresi, che vi si dirigevano

e si sarebbe riordinato in Roma il governo

momentaneamente conculcato

 

Egli poi si accompagnava in quei giorni al

braccianese Luigi Onori, soprannominato

‘Fischietto’, il quale era indicato come

uno degli animatori del ‘Partito

Democratico di Bracciano’.

 

L’Onori, insieme ad Antonio Sala, la notte

del 23 settembre intonò canzoni in favore

del Governo Repubblicano e contro i preti:

 

‘Evviva la Repubblica, e la libertà…

il Generale comanda, il prete niente più…

morranno scannati i preti e i frati’.

 

                                   

 

                                   

Altro episodio di “turbamento” dell’ordine pubblico si

registrò la notte del 10 marzo del 1850, durante la quale

un gruppo di “scioperati giovinastri” tra cui Cesare

Melchiorre, detto “il Ferrazzuolo”, andò intonando nelle

bettole del paese inni “repubblicani”.

 

Il Governatore dovette “denunciare” i “fatti” a Roma e

la lenta giustizia pontificia iniziò il suo corso.

 

 

Nel 1851 furono arrestati Antonio Cerasari, sorpreso a

Roma in possesso di corrispondenza “sospetta” e

rinchiuso per tre mesi nelle Carceri Nuove, poi il Sala,

incarcerato nella prigione di Bracciano.

 

Questi fatti mettono in luce il malessere “serpeggiante”

nella Comunità di questa cittadina dopo la

“Restaurazione”, evidenziando lo spirito “anticlericale”

e “repubblicano” diffuso soprattutto fra gli “operai” e i

piccoli “artigiani”.

 

 

Episodi di “ribellione” e “manifestazioni” contro il

Governo Pontificio si ripeteranno con una certa

frequenza anche negli anni successivi, come dimostrano

le carte ritrovate negli archivi di Polizia relative ad

arresti per “canti sediziosi”.

 

Talvolta la dissidenza “politica” era espressa anche in

forme “singolari”, tipiche della realtà del paese, nel

quale già la fuga di una mucca poteva essere

l’occasione per gridare “Viva la Repubblica!”.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

                                   

 

                                   

Il processo “Pagliacci”

 

                                   

 

                                   

Un caso

 

                                   

di giurisprudenza

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Per comprendere meglio quale fosse il “clima” che si

respirava nello Stato Pontificio e come venisse

amministrata la “giustizia”, in particolare nell’Alto Lazio,

sembra utile prendere ad esempio un processo di Lesa

Maestà, incentrato proprio su quella determinata zona.

 

Il processo iniziò nel 1867 e terminò nel 1868 e vide

imputate cinque persone: Giuseppe Montanucci,

Francesco Mazzariggi, Tommaso Mazzariggi, Francesco

Volpini ed il Conte Giovanni Pagliacci Sacchi.

 

 

Dalle carte del processo si evince come in quel periodo

gran parte degli individui che emigrava per ragioni

“politiche” dalla Provincia di Viterbo si andasse a

rifugiare nel territorio di Orvieto, dove trovava

l’appoggio del Governo Sabaudo e

 

                                   

 

                                   

“potevano spiegare liberamente tutta la

loro energia nel ‘cospirare’ contro il

Governo della Santa Sede

 

cercando proseliti per estendere su Roma

e sulle altre province la ingiusta e

violenta invasione piemontese.

 

                                   

 

                                   

A capo di questa “emigrazione” politica vi era il Conte

Pagliacci, il quale, da Orvieto, soprattutto dopo il ritiro

delle Truppe Francesi dal territorio pontificio nel 1866,

aveva iniziato un’intensa opera di pianificazione delle

“insurrezioni” in quei territori.

 

 

I primi ad essere arrestati furono però il Montanucci il

21 dicembre del 1866 e i fratelli Mazzariggi, Francesco il

13 gennaio e Tommaso il 9 febbraio del 1867.

 

Questi ultimi furono trovati in possesso di

corrispondenza epistolare “antipolitica”, tanto da far

pensare che fossero legati al Montanucci nella

“cospirazione” e da far riunire quindi le cause in una

sola “processura”.

 

 

L’ultimazione della causa venne però rimandata di

diversi mesi, sia perché fu necessario affidare

l’assunzione degli atti specifici ai Ministri processanti

della Provincia di Viterbo (atti che in seguito furono

trasmessi alla Sacra Consulta), sia perché, a seguito

della invasione dei Garibaldini a Bagnorea, il 5 ottobre

fu fatto prigioniero il Conte Giovanni Pagliacci.

 

Sebbene il processo verso gli altri inquisiti era quasi

ultimato, si reputò opportuno “estendere” la procedura

anche al Conte, il quale risultava essere “legato” agli

altri imputati da un frequente rapporto epistolare.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

                                   

 

                                   

Lo svolgimento

 

                                   

dei “fatti”

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Si trattava di un processo di Lesa Maestà e quindi, come

per tutti i delitti di questo genere, si doveva procedere

“in via spedita e sommaria”, ai sensi dell’Articolo 555

del “Regolamento Organico e di Procedura Criminale”.

 

Venivano inoltre “derogati” i principî inquisitori,

limitando il diritto di “difesa” e di “contraddittorio”

nell’assunzione delle prove.

 

 

Nella fase di “discussione” della causa non veniva

ammesso il confronto tra i testimoni e l’accusato, come

previsto dall’Articolo 560.

 

Organo competente a giudicare era il “Tribunale della

Sacra Consulta”.

 

 

Nel caso in esame gli imputati erano accusati di aver

partecipato a vario titolo alle “cospirazioni” avvenute

nell’Alto Lazio nella seconda metà del 1800.

 

Iniziando ad esaminare questo processo politico è

opportuno capire “quali” fossero in primo luogo i “reati”

che si contestavano ai vari imputati e “quali” fossero le

“prove” a loro carico.

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Giuseppe Montanucci

 

                                   

 

                                   

Originario di Bolsena, aveva 43 anni, era sposato ed era

un possidente terriero.

 

Dall’incarto giudiziale risultava che egli la notte tra il 25

e il 26 novembre 1860 aveva preso parte all'“invasione”

di Acquapendente ad opera di una “banda” armata tra i

cui capi era additato lo stesso imputato.

 

 

La suddetta “banda” aveva aggredito prima la Caserma

dei Gendarmi Pontifici, che furono costretti ad

arrendersi e vennero condotti in Toscana, poi, dopo

essersi impadronita delle armi e degli effetti personali

dei prigionieri, aveva distrutto lo stemma pontificio,

sostituendolo con la bandiera “tricolore”.

 

Nell’aggressione alla caserma era rimasto ucciso il

Sergente Alessandro Puggi, colpito da un proiettile al

viso.

 

 

Alcuni commilitoni testimoniarono che era stato lo

stesso Montanucci a colpire a morte il ragazzo, ma egli

si difese strenuamente dovendo però comunque

ammettere di aver partecipato con il grado di “Tenente”

a quei gravi avvenimenti.

 

In più al Montanucci, al momento dell’arresto erano

state requisite diverse lettere del dicembre 1866

indirizzate al conte Pagliacci, nelle quali si esprimeva

dicendo:

 

                                   

 

                                   

“Essere necessario attendere ancora

poco…

 

che trattavasi di portare l’ultimo colpo

alla mostruosità del potere temporale…

 

che seguitasse a tenerlo informato dei

movimenti delle truppe papali, e di fargli

conoscere il numero esatto di tutti gli

uomini disposti a prendere il fucile ad

ogni conto in Monte Fiascone e Bolsena”.

 

                                   

 

                                   

In unaltra lettera al Sacchi datata 21 dicembre

aggiungeva:

 

                                   

 

                                   

“E se non ci facciamo sentire noi emigrati

della Provincia, nulla si ottiene fino a che

cadrà Roma.

 

Scrivete a Montecchi e Checchetelli, onde

non dormino che qua sono tutti pronti”.

 

                                   

 

                                   

Nei suoi costituti il Montanucci si difese dichiarando

quanto fosse stato “”fedele” e “affezionato” al Governo

Pontificio fino al 1857, anno nel quale egli rimase

“disgustato” da quello stesso Governo, perché era stata

“concessa” ad altri “la rinnovazione della privativa della

posta da Bolsena a Monte Fiascone, che da oltre

quarant’anni aveva goduto la sua famiglia”.

 

Sebbene egli non avesse “protestato”, dedicandosi

all’agricoltura, non riuscì a rimanere “indifferente”

quando le Truppe Pontificie stanziatesi in quel territorio

trasformarono la sua casa in caserma, costringendolo

ad andarsene.

 

 

Fu così che si unì al Corpo di Volontari del Masi e partì

da Orvieto con la colonna di volontari guidata da

Giuseppe Baldini da Siena, con lo scopo di “occupare” il

Ducato di Castro, su spinta del Governo Sabaudo, che

aveva fornito anche le armi e le munizioni.

 

Come detto in precedenza oltre all’accusa di “invasione”

armata, l’imputato era ritenuto colpevole di

“cospirazione” e di corrispondenza epistolare

“antipolitica”.

 

 

Il Montanucci dovette “riconoscere” di aver scritto le

lettere al Sacchi, giustificandosi e cadendo in

contraddizione più volte durante i duri interrogatori.

 

A suo carico erano state presentate anche le deposizioni

“giurate” di testimoni, che dichiaravano che vi era

“voce pubblica” a Bolsena che l’inquisito era tornato in

quei luoghi per promuovere l'“insurrezione” durante il

Natale del 1866.

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

 

   

 

 

Opuscolo "antipolitico" rinvenuto a casa di Francesco

Mazzariggi in 4 copie

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Francesco e Tommaso Mazzariggi

 

                                   

 

                                   

Il primo di 41 anni, veniva da Cellere, di cui era il

“Priore”, il secondo aveva 34 anni e, come il fratello, era

un possidente terriero e negoziante di campagna.

 

Nella perquisizione domiciliare effettuata a carico di

Francesco furono rinvenuti: tredici lettere

dell'“emigrato” Giuseppe Pala, due dell'“emigrato”

Agosti, due dell’Alessandrini, una del Castiglioni, un

manoscritto di carattere autografo, quattro copie di un

opuscolo “antipolitico” intitolato “Sulla Questione

Romana poche libere osservazioni”, edito a Torino , due

copie di altro opuscolo “antipolitico” “Il Clero e la

Società, ossia della riforma della Chiesa” per Filippo

Ferretti e due numeri del giornale “antipolitico” “La

Nazione”.

 

 

A Tommaso vennero prese due lettere del Conte

Pagliacci, una dell’Agosti e una del Pala, un proclama a

stampa “antipolitico”, tre fiori tricolori, un pugnale, due

pistole e due bandiere tricolore.

 

Nelle lettere gli “emigrati” esternavano il desiderio di

un “rovescio” del Governo Pontificio e di una

“insurrezione” nella Provincia di Viterbo.

 

 

In una lettera del 1866 l’Agosti si esprimeva dicendo:

 

                                   

 

                                   

“Nelle operazioni nel Ducato di Castro

facciamo moltissimo affidamento su di

voi…

 

... per noi che siamo ‘rivoluzionari’ è una

colpa rimanere anche una sola ora sotto

un potere condannato dagli uomini e da

Dio.

 

                                   

 

                                   

I due fratelli “riconobbero” ciascuno le proprie carte e

armi.

 

Tommaso fece poi spontaneamente

 

                                   

 

                                   

“la professione di sua fede politica

dichiarando essere di principi liberali

 

desideroso che anche Roma e le province

tuttora soggette alla Santa Sede siano

unite all’attuale Regno d’Italia

 

                                   

 

                                   

e “protestò” di non aver mai fatto parte di alcuna

società “segreta” e di non aver mai “cospirato” contro il

Governo Pontificio.

 

 

Anche Francesco volle “chiarire” di non aver mai

“cospirato”, anzi egli aveva anche “rifiutato” di far

parte della Direzione della Lega Castrense, della quale

però si rifiutò di dire ai giudici i nomi dei componenti.

 

Affermò anche, con una non troppo velata “ironia”, che

le bandiere “tricolore” in loro possesso erano state

esposte nei giorni in cui Cellere era stata soggetta al

Governo Sabaudo e non erano state “distrutte” una

volta restaurato il dominio pontificio “per timore di

doversene procurare altre in seguito”.

 

 

Anche nei confronti dei due fratelli furono presentate

testimonianze “giurate” secondo cui entrambi erano per

“voce pubblica” “ritenuti” del partito “avverso” al

Governo Pontificio.

 

Nonostante le più accurate indagini, non si provò

comunque un reale collegamento tra i due fratelli e i

preparativi insurrezionali nel Viterbese.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

 

   

 

 

Copertina o pagina di un libello con ritratto di Garibaldi

rinvenuto a casa di Francesco Volpini

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Francesco Volpini

 

                                   

 

                                   

Di Monte Fiascone, aveva 36 anni, celibe e possidente.

 

Vennero ritrovate a casa sua: una poesia “antipolitica”,

un canto “patriottico”, alcune lettere dell’emigrato

“politico” Nicola Urbinati, due fogli con il ritratto di

Garibaldi.

 

 

Il Volpini “ammise” anche durante l’interrogatorio di

aver seguito i volontari del Masi nel 1860, quando

“invasero” la Provincia di Viterbo.

 

Come per gli altri imputati vennero anche presentate

testimonianze de relato, secondo cui il Volpini era

“ritenuto” un “liberale” dai suoi compaesani, poiché

indossava la camicia rossa “alla garibaldina”.

 

 

Dall’incarto processuale non emergevano però indizi di

alcuna “relazione” tra di lui e gli altri coinquisiti.

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Conte Giovanni Pagliacci Sacchi

 

                                   

 

                                   

Il Conte era di Viterbo, aveva 42 anni, ed era un

possidente terriero.

 

Contro di lui, oltre alle lettere rinvenute presso gli altri

inquisiti, erano state ritrovate 12 lettere autografe

indirizzate ad un certo Luigi De Luca.

 

 

Da tali documenti appariva “chiaro” come il Conte

appartenesse al “Centro Insurrezionale di Orvieto” e

come da lì avesse cooperato “con energia” ai

preparativi delle “rivolte” nel Viterbese.

 

Il Conte “riconobbe” tutti i documenti ed anche le

lettere inviate al Montanucci e ai Mazzariggi, confessò

la sua responsabilità “primaria” nelle insurrezioni

contro il Governo Pontificio, ma si rifiutò di fare i nomi

degli altri “cospiratori”.

 

Non ultimo, il Conte era stato arrestato con le armi “in

pugno”, proprio mentre si introduceva con una “banda”

armata a Bagnorea.

 

                                   

 

                                   

 

                                 

 

                                   

 

                                 

                                   

 

                                   

Conclusioni

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Il Tribunale della Sacra Consulta si riunì il 26 maggio del

1868 per “discutere” e “decidere” ai sensi dell’Articolo

555.
 

Il “Luogotenente” riassunse la causa e poi vennero

eseguiti gli “interrogatori”: dai verbali si capisce come

questi ultimi fossero solo passaggi “formali”, in quanto

la “volontà” dei giudici si era già formata.
 

 

La sentenza venne emanata dal “Tribunale della Sacra

Consulta il 29 maggio 1868.

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

 

   

 

                                   

 

 

La "Tabella di condanna" emanata dal "Tribunale della

Sacra Consulta" nei confronti di Giuseppe Montanucci

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Giuseppe Montanucci venne condannato alla galera

perpetua per sedizione, ma la pena venne poi ridotta

“per Grazia Sovrana” a 20 anni di reclusione.

 

 

Francesco e Tommaso Mazzariggi furono condannati a

5 anni di galera per “complicità in cospirazione per

insorgere contro il Sovrano e lo Stato”, in base

all’Articolo 13 del “Regolamento sui Delitti e sulle

Pene”, la stessa pena toccò al Volpini.

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

 

   

 

                                   

 

 

La "Tabella di condanna" emanata dal "Tribunale della

Sacra Consulta" nei confronti di Francesco Mazzariggi

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Il Conte Pagliacci venne condannato alla galera

perpetua, in base all’Articolo 92 del “Regolamento sui

Delitti e sulle Pene”, il quale prevedeva il reato di

“cospirazione” per insorgere contro il Governo e lo