La mia poesia?

 

Citando Benedetto Croce, Fabrizio de André (ri)afferma come “fino a diciotto anni tutti scrivono poesie - dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini, ma lui... lui canta la vita.

Maggiorenne mai morto adulto, anch'io
passionale vivo e mi faccio vivere, cerco e soffro, osservo, partecipo e mi indigno, partigiano cui non tappi bocca con Antonio Gramsci dico e ribadisco “odio gli indifferenti”!

 

 

Giunto al līmes estremo della mia carne mi sono trovato a poter dover fare quel passo “oltre” me piccolo io, attraversando - piede impaziente, impulsivamente sconsiderato, ingenuo, curioso e libero di adolescente - il portale di Paradiso e Inferno, lasciandomi dietro e per sempre il tepore rassicurante odorosamente casalingo del naturalistico per entrare nella più disperata delle frustranti bonacce e nella più apocalittica delle tempeste così ammaliante e creativamente distruttiva dell'esistenziale, idilliache oasi in deserti di pace di una contemplazione laterale e bussole impazzite nella desolazione polare di tormente perfettamente totali, là dove Tutto È ed Io, in esso distintamente perso, in mille sconosciuti modi mi riconosco, dove non solo co-uman(oid)i ti sono avidi pirati, ma anche la mente mente, inconsapevol-mente mente, cosciente-mente mente, spudorata-mente.

 

La luce della “realtà” là fuori me la creo io dentro in buî di contrabbando, a lume di cosiddetta ‘ragione’ (!?), la mia parvenza stessa di “vita” io me la invento e reinvento a mio libero o forzato piacimento, col vento, nel vento del vento, la spargo al vento.

 

 

C'è poesia letta e declamata.

E la poesia mai scritta “del silenzio”, quella - senza parole in natura, senza pensiero in noi - della vita, appunto.

 

C'è chi conta giorni litanici di Kronos, e scrive senza vivere o vive senza scrivere.

E chi, perdutamente innamorato del fuggente attimo magico di Kairos, di-segna vita nelle lingue dello spirito.

 

Ci sono tempi rappresi di parole nell'illusorio scorrere prepotentemente inarrestabile di noi, e uno oltre noi stessi perfettamente immobile.
Tempi duri di
sopravvivenza, convulsi di lotta senza quartiere e senza neppure perché, ma anche là dove fermarsi a “sognare di saper amare e poter essere amati”.

Ci sono quei contingenti silenzi afonizzanti e il silenzio assoluto, silenzi di mancanza e il
“silenzio di pienezza”.

Di dolore, di gioie e speranze, e il silenzio assordante di una totale ed incondizionata intima condivisione del semplicemente essere, esserci.

C'è la poesia del
tempo, nel tempo, dal tempo dei tempi.

E quella senza...

 

C'è vita che trabocca.

Non riesco a (con)tenermela dentro!

 

 

Il buio, di per sé, come di per sé il silenzio, non sono mai stati né oppressivi né, tantomeno, depressivi per me, la solitudine non mi ha mai fatto paura.

Al contrario l'ho desiderata, l'ho cercata, la ho patita (vissuta intensamente!), l'ho goduta e me la godo ancora.

 

A un nonno assorto, preferibilmente silenzioso, le scintille del caminetto raccontavano storie di sé, scintillanti.

Attimi sospesi, così meravigliosamente imprevedibili, inafferrabilmente indecifrabili, un susseguirsi di attimi d'eternità, scoppiettanti in batterie pirotecniche senza inizio e senza fine, senza senso se non quel nonsenso tutto proprio.

 

Mai una identica all'altra, mai di uguale intensità, forma o schizzante traiettoria...

Magici arabeschi tutti simili, ma tutti unicamente diversi, ciascuno a tracciare una sua, la sua distinta e all'accogliente attenzione distinguibile storia.

 

Quella presenza assenza di lui mi accompagnerà per una vita, tuttora lo fa.

Presenza-assenza da vivo, assenza-presenza ieri-oggi e per-sempre-finché-dura.

 

Senza bbuio nu' le vedi, Luciani'... si pparlamo nu' le potemo senti', amoruccio de nonno...

Senza buio non le vedremmo, piccolo Luciano mio... senza silenzio non le potremmo ascoltare, piccolo amore di nonno...

Altro che Lectio Magistralis, Lectio Vitae per un bambino di tre quattr'anni!

 

 

Fino al superfluo eloquente di parole-filtro e di parole-schermo nella quotidianità, le mie parole-poesia restano minime, scarne, ruvide, immediate, pregne, le sole che, anche se mai volendo, non riuscirei comunque a zittire.

Riflessioni, ricordi, racconti, vaggiti, canti, borbotti, schiamazzi, risate, urla, pianti - troppo troppo intensi per racchiudermeli in petto.

 

Parole-poesia, suoni significanti, pietre e schegge di me, scintille e lame, mio fuoco e sangue, chiodi e brezze.

In fondo, pietose carezze...

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   
           

Simon & Garfunkel

The Sound of Silence, Il suono del silenzio

Original version from 1964