"Cosa Vostra"

 

                                   

 

                                   

Ancora troppo e obsoleto

 

                                   

provincialismo invece di

 

                                   

sano "localismo"

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Le "élite"

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Élite - dal Francese antico femminile sostantivato di élit, antico

participio passato di élire, "scegliere" nel senso di "selezionare" -

in ambito militare o di ordine pubblico corpi d'élite quelle "forze

speciali" o reparti scelti, unità particolari addestrate a operazioni

che richiedono abilità specialistiche ai più alti livelli tra cui

uccidere - come gli "Arditi" della Prima Guerra Mondiale, la (poi

famigerata) "'Xª' Flottiglia MAS" della Seconda e Secondo

Dopoguerra il "Reparto Sabotatori Paracadutisti" o le cosiddette

"teste di cuoio" della Polizia...

 

In ambito politico contrapposti concetti di "potere", "classe" e

"dominio", quali risultato di due opposti modelli di analisi sociale,

l'uno dall'"Elitarismo" - il cosiddetto potere di "controllo" sociale

imposto in modo palese o, molto più spesso, occulto - l'altro

dal primo vero unico "Cristianesimo" comunista e dal "Marxismo"

- cosiddetto potere di "servizio" sociale, il solo che può essere

legittimamente accettabile in senso democratico.

 

 

Ma prima di tutto, cosa è un'élite?

 

Come vedremo la risposta non è affatto univoca e c'è da fare

distinzione netta fra "élite" e élite - quella "intima" e mafiosamente

conservante nel retroscena "dei salotti o gli uffici che contano" e

quella "pubblica" a pieno sole "d'azione" trainante, vivificante,

"riformisticamente rivoluzionaria" di "continuo miglioramento nel

continuo cambiamento".

 

 

Genericamente parlando l'élite un insieme o "cerchia" di persone

"considerate" (perché non è detto che lo siano!) le più "colte"

(quindi non necessariamente le più "capaci"!) in un determinato

gruppo sociale e quindi anche le più "autorevoli", per questo

accreditate - a ragione o torto - di essere quelle di maggiore

"prestigio" in una determinata società, "punto di riferimento" della

Comunità locale, quelle che la gente "rispetta, ascolta e segue"

per la loro "autorevolezza" o la loro "provata" (come?)

"competenza" (in che cosa?) e serietà civile o per motivi "altri", a

volte anche per una qualche ragione "timore". 

 

In sociologia gli individui più capaci "in qualsivoglia attività

umana" (guardacaso nella realtà quasi sempre a totale dominanza

"accademica", automaticamente fatti dalla tradizione popolare

soprattutto contadina dei "luminari" per aver studiato...), in

determinata società di fatto in lotta contro la massa dei (a loro

giudizio!) "meno capaci" per conquistare una posizione "guida"

(che mai dunque dovrebbe degenerare in una forma di "controllo")

della società stessa, "minore" o piccola o grande che sia.

 

 

Un relativamente piccolo gruppo di persone che però può e

soprattutto sa "come" esercitare una grande, a volte anche

sproporzionata "influenza", "autorità" e, inevitabilmente, "potere"

sul resto della Comunità, più forte il potere esercitato meno in

proporzione facendolo apertamente e/o direttamente, piuttosto

sottobosco di nei loro rispettivi contesti piccole "eminenze grigie"

nei nodi sociali strategici in una rete di ben "concatenati"

passaggi "gerarchici" di comando, al solito "guidate" o

strumentalizzate a loro volta dal "Gran Maestro", quasi

onnipotente "Padrino" fatto o fattosi deus ex machina, che dietro

quinte condiziona "consigliando" chi legittimo potere esecutivo

ha per volontà dei Cittadini elettori,il politico.

 

Il termine élite è oggi di uso comune nel linguaggio, comunque

sempre a indicare delle  "minoranze" o particolarmente

"qualificate" oppure particolarmente "agguerrite" - raramente

entrambe le cose, dato che l'una non necessita dell'altra e quindi

quasi la esclude - esercitanti "rilevante" influenza politica e

sociale.

 

 

Nelle contemporanee scienze politiche e sociali all'élite  viene

dedicata XIX-XX sec una vera e propria "teoria" di grande

successo, secondo cui in un sistema sociale e ipso facto politico

è (non "deve essere"!) "sempre" una minoranza che detiene il

potere declinato in tutte le sue più varie forme - politico, 

economico, sociale, culturale, intellettuale - su una maggioranza

la quale, essendone priva, viene per questo dominata. 

 

Niente di nuovo sotto il cielo, un "principio" che non necessita di

teorici "elitisti" fin troppo ben conosciuto e adottato già

dall'antichità, nel mondo moderno e in quello contemporaneo - e

anche cosí superlativamente nel nostro! - in tutte le società e in

tutte le forme di governo - "aristocratiche", "autoritarie", "peudo-

democratiche" e "democratiche".

 

 

I meccanismi che regolano la formazione delle élite - politiche,

economiche, sociali, culturali, intellettuali - i modi della loro

interazione all'interno di un sistema politico e sociale, i processi

della loro circolazione e sostituzione portano purtroppo ad un

realista e molto disincantato sguardo "critico" della oggi

cosiddetta "democrazia".

 

Anche a livello semantico progredisce un lento ma inesorabile

"slittamento" da "democrazia = governo del popolo" a

"democrazia = lotta fra élite per conquistare il consenso popolare"

- a livello sostanziale non proprio"cosmetico", roba non da

poco!...

 

 

Identificando la sociologia politica nelle élite "quei gruppi capaci

di esercitare autorità e influenza" su una determinata società, gli

riconosce contestualmente di fatto anche la "possibilità" di

"controllare" e dirigere tutti i processi che conducono alle più

rilevanti decisioni politiche a lungo termine, quelle "strategiche",

le più importanti.

 

Già Platone ha una sommaria teoria delle élite - dai ceti di guerrieri

o filosofi - ma per una "dottrina" politologica al riguardo

bisognerà aspettare fino a primo XX sec e la scuola "elitistica", a

indagare a fondo il rapporto sempre alquanto "conflittuale" fra

minoranza dei "governanti" e maggioranza dei "governati", cioè al

nascere di una "società di massa", le cui istanze democratiche

rivendicano - pur in forme ancora giuridicamente e politicamente

incompiute - il suffragio universale e altri diritti politici non affatto

previsti nei fino ad allora vigenti sistemi di governo tradizionali.

 

 

Nelle "dinamiche" di funzionamento del nuovo potere una visione

conservatrice e pessimistica del "processo politico" vorrebbe

ridurre il lavoro delle élite alla pura esigenza di "autopreservarsi"

come "classe politica" dominante, sede di potere, e le stesse

"rivoluzioni" a fenomeni di semplice "sostituzione" traumatica di

élite di governo.

 

In una visione ottimistica e dialettica delle "potenzialità della

democrazia" invece, il profilo delle élite diventa molto più

complesso, con un "insieme di persone ai posti di comando", non

"monolitica" élite politica "dominante" ma "organica" rete di

autorità "non autoritarie", la cui "autorevolezza" da riconosciuta

competenza sarebbe la migliore "espressione" dei nuovi poteri.

 

 

Alcuni politologi definiscono - ravvivandola! - questa altrimenti

tediosa e biasimevole "burocrazia politica" con un preciso e

puntuale "distinguo" a seconda delle forme di governo esercitate

e in rapporto al tipo di  élite dominante, "centrifuga" o

"centripeta", altri invece di indirizzo marxista critico vedono una

trasformazione dei vecchi gruppi radicati di dirigenti rivoluzionari

in nuove e sempre peggiori élite burocratico-totalitarie, come negli

storicamente tutti finora falliti regimi comunisti di dittatura di

Stato.

 

Il principio al centro della teoria politica è comunque il fenomeno

del declino di "vecchie" aristocrazie e l'ascesa di nuove

"aristocrazie", storia politica di un permanente "conflitto fra

minoranze" in competizione per il potere, o all'interno di un'élite

già al potere o attraverso la radicale sostituzione di quella classe

politica dominante con un'altra, da cui l'amara conclusione che il

"popolo" non abbia mai niente da dire, a meno che non venga

"attivato e educato alla partecipazione" all'esercizio condiviso del

potere sotto la "guida" lungimirante di una "élite" vera nel pieno

senso del termine, storia alla mano cosa altamente improbabile e

rara...

 

 

Spesso in gioco caratteristiche molto "personali", abilità politiche

e risorse - "leoni" sempre per l'uso della forza immediata contro

"volpi" capaci di raggiungere i propri obiettivi con l'astuzia, 

strumenti strategici di potenziali nuove "oligarchie" alla conquista

del potere - cambiare questo trend di machiavellica guerra

continua (sopra la testa della gente) e spezzarne il circolo vizioso

necessita una politica di onestà e coraggio, che solo può essere

inaugurata e portata avanti sotto la guida di libertarie 

"personalità" carismatiche e non purtroppo dei soliti

"personalismi" dozzinali per lasciare "impronta".



Fare parte dell'élite "intellettuale" d'un Paese, una città, cittadina o

"paesello" da indiscusso potere - palese ed occulto (come al

solito ci sono poi i "destinati" a una élite, nei peggiori casi

addirittura non per merito ma per "appartenenza", ma allora si

tratta di "familismi" e "clientelismi" espressi in "favoritismi" e

"ostracismi" di una per definizione non-più-élite già in avanzato

stato di putrefazione)!...

 

 

Da ultimo, interessanti anche i derivati del termine élite

 

- "elitario", dal Francese élitaire, d'élite, appartenente o

"destinato" (per merito o appartenenza!) a una élite, riservato a

pochi eletti, i cui sinonimi sono "elitistico", "esclusivo",

"privilegiato", "ristretto", "classista" e "snob", con i suoi contrari

"aperto", "democratico", "interclassista", "popolare"

 

- "elitarismo", atteggiamento "elitario", che difende gli interessi di

un'élite, visione, impostazione "elitaria" dei problemi che si

affrontano, modo in cui funziona una società in cui una

minoranza si posiziona al di sopra degli altri, un gruppo di

persone che "si ritenga" per "superiorità" morale, culturale o

intellettuale la più idonea a decidere nella società (sottinteso che

chi non ne faccia parte non possieda "conoscenze" o, pur

possedendole!, non "si comporti" come accettato per accedervi),

società "omogenea" a struttura gerarchica in cui lo status più

elevato è più apre le porte a "certi" benefici per una migliore

qualità di vita, politicamente tutto l'opposto del "pluralismo" che

presuppone una partecipazione altrettanto piena di tutte le

"diversità" sociali e culturali nel processo decisionale (anche

come "garanzia" di documentati risultati incomparabilmente

migliori!) e una redistribuzione la più equa possibile tra il popolo

dei risultati di qualsivolia miglioramento  

 

- "elitismo", sistema che favorisce una "selezionata" minoranza

detta élite, che gode di maggiori privilegi rispetto al resto della

società, un fenomeno questo  "formalmente" più marcato in

società storicamente passate - monarchie assolute, strati

socioeconomici dai ruoli e attribuzioni prefissati, nessuna

mobilità sociale, nella "sostanza" ancor più oggi con "pratiche"

elitarie di accettazione o esclusione a livello personale e di

gruppo semplicemente ed in modo del tutto arbitrario

"riservandosi il diritto di" (aspetto, abbigliamento,

comportamento, abitudini, acquisti, linguaggio, idee, opinioni,

razzismo), quindi un "sistema sociale" prima ma adesso "azioni"

che in pratica, al di là dei falsi formalismi "di facciata" spesso del

peggior retaggio "accademico", si basano sul medesimo

obsoleto, odioso e anacronistico modus vivendi.

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Il ruolo delle élite culturali

 

                                   

nei piccoli centri urbani

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Si sa, più minuscolo e elementare il contesto più efficaci ed

"immediati" gli effetti, perché in un bicchiere d'acqua i passaggi

del processo diffusivo sono ben pochi e la sua "colorazione"

prende magicamente vita per così dire real time, davanti ai tuoi

occhi, se vivi in un piccolo centro urbano non devi proprio

aspettarla sulla sponda dell'oceano per notarne - in bene e in male

- tutte le conseguenze...

 

 

Una élite "centripeta" implode inesorabilmente su sé stessa fino al

più classico dei bi-polarismi - noi contro "loro", o noi o "loro" -

presto riducendosi a gretta e divisiva, soprattutto "sterile" così

"incestuosamente" chiusa nel suo guscio com'è, pur senza mai

abbandonare la propria sempre auto-rigenerante immagine

"salvifica" verso "tutti gli altri", alla fine però ritrovandosi di fatto

separata, non solo da appartenenti alle altre élite locali a cui non è

disposta a riconoscere competenze nel timore di una competitiva

concorrenza, escludendole fino a demonizzarle, ma rendendo

anche sempre più invalicabile il solco che nel suo modello elitario

"deve" religiosamente separarla dal "suo popolo" per non

rischiare di fargli perdere quel fluorescente alone di "mito" che

tanto ipnotizza, quell'intimidito rispetto che si ha verso chi sia

nella posizione di poterti fare del "bene" ma anche "male" a

proprio escluivo arbitrio, nella quotidianità delle relazioni sociali

quello scudo protettivo contro eventuali vendette, il tuo

passpartout ad una il più possibile statica, pacifica e rassicurante

"appartenenza", insostituibile salvacondotto personale estendibile

ed esteso a tutti del tuo clan nella tribù del luogo - per questo tipo

di élite ci sarebbero molti altri nomi più consoni... ("mafia"

culturale potrebbe andare?).

 

Una élite "centrifuga" esplode per intrinseca natura e non per

ruolo, si apre in continuazione a tutto altro, agli altri, senza per

questo essere affatto "dispersiva", vera "supernova" culturale la

cui linfa vitale è il "pluralismo", la contaminazione, si auto-critica

mentre si celebra senza falsi pudori ma avendone buona ragione

di farlo e senza dovere tirar fuori "artigli" di potere che pure ha

da vendere, si confronta e si reinventa perché la sua autorevolezza

non necessita di "cosmogonie" religiose di società tradizionali per

spiegarsi e spiegare il mondo in cui vive "qui e adesso" con certa

visione di un futuro comunque migliore per tutti, nel suo ruolo

rigenerante e vivificante usque ad omnia, né di nebbiose

"mitologiche" discendenze per legittimarsi, la sua opera

riconosciuta e "vissuta" dal popolo non più passivizzato ma al

contrario riattivato nella generosa condivisione delle potenzialità

personali e di gruppo - politiche, economiche, sociali, culturali,

intellettuali - non più "oggetto" di un quasi imposto

"acculturamento" ma ex novo libero "soggetto" creativo,

simbioticamente con l'intera Comunità locale e con ciò che di

valore possa essere preso dal suo esterno, rigeneratore della sola

"cultura" che in sé valga il nome del luogo - la propria!

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Élite il "servo-motore"

 

                                   

di una buona società

 

                                   

 

                                   

 

                                   

La Cibernetica - kybernetikè, chibernetichè, di fatto un falso

neologismo dal Greco κυβερνήτης , cubernètes, "nocchiero" o

"guida" nel senso di "governo" (di una nave) pilota, timoniere, poi

gericamente manovratore, gestore o "govern"atore, in cui il

kybern- greco si trasforma nel Latino in gubern- (per cui diciamo

di "navigare" su Internet e nel Web trasferendoci da un oggetto di

interesse all'altro!) - non riguarda in primo luogo quello a cui

viene comunemente associata oggi, cioè "macchine" elettroniche,

calcoli e automatizzazioni, ma la scienza della teoria della

comunicazione e del controllo che si occupa in particolare dello

studio comparativo dei "sistemi di controllo automatico", come

sistema nervoso e cervello animali e tutti i sistemi di

comunicazione, "anche" tecnologici.

 

Scienza del controllo di sistemi "complessi", vivi o non-vivi,

all'origine una scienza "sociale", lo studio di come una ristretta

élite, dalle caratteristiche e dagli interessi comuni in politica,

economia o cultura riesca cioè a "manovrare", "mettere in

movimento" e/o "manipolare" la massa, un gran numero di

persone o una popolazione intera.

 

 

Ad usare per primo il termine "cibernetica" è lo stesso Platone IV

sec aC nella sua ultima opera Νόμοι , "Leggi", pubblicata

postuma, poi utilizzato tra gli altri dal fisico francese André-Marie

Ampère 1834 (cybernétique) nel suo tardo "Saggio di filosofia

della scienza", Essai sur la philosophie des sciènces, anche se il

termine venga da ignoranti tecnocrati testardamente considerato

come "coniato" solo a fine Anni Quaranta del secolo scorso  dallo

statunitense Norbert Wiener - ma ben si sa, oggi il "Made in USA"

in scienza o politica e il "Made in China" nella produzione

industriale imperant...

 

Fin dall'uscita 1948 di Cybernetics, or Control and Communication

in the Animal and the Machine, "Cibernetica o Controllo e

comunicazione nell'animale e nella macchina" appunto del

matematico dalle eclettiche competenze Norbert Wiener, che

introduce la prima teorizzazione unitaria della Cibernetica e la sua

stessa presunta "denominazione", una difficoltà a comprendere

appieno il ruolo al suo interno della "Teoria dei controlli

automatici" con la nozione centrale del feedback.

 

 

La Cibernetica studia quindi meccanismi di informazione di tutti i

sistemi complessi, matematici, logici, ingegneri, fisiologi,

antropologi, psicologi insieme in questo corpus di ricerche

focalizzando il concetto chiave di "feedback" o meccanismo

"teleologico" (di concezione dell'Universo "finalistica" contro

meccanicistica - il termine a indicare la "risposta" o "reazione" a

un "messaggio" o "stimolo",su cui meglio "sintonizzare" il

prossimo per raggiungere l'effetto desiderato) per cercare di dare

almeno una visione ambiziosamente unitaria come "l'intera teoria

del comando e della comunicazione, sia negli animali [umani e

"altri"], che nella macchina".

 

La formalizzazione del risultato degli scambi fra ricercatori affidata

a Wiener, di sicuro opera fondante che ne ha inoltre assicurato

ampia diffusione pubblica, nonostante la successiva dispersione

dei partecipanti e la morte dell'autore 1964 un "crogiolo"

eccezionale per l'elaborazione delle scienze "cognitive",

intelligenza "artificiale", terapie "sistemiche" della scuola di Palo

Alto, le teorie biologiche dell'"auto-organizzazione", i recenti

sviluppi della "robotica" e della "domotica".

 

La Cibernetica nata come scienza sociale rinasce quindi oggi -

come "uovo di Colombo" - per tutti i sistemi con meccanismi di

regolamentazione o auto-regolazione, siano essi quelli di umani

che utilizzano macchine come gruppi sociali che si "auto-

governano" o vengono da altri "governati".

 

 

In effetti le macchine non sono che "zoologia artificiale", con gli

animali come modelli, noi umani compresi, delle costruzioni

organizzate proprio come la società, alcune macchine "passive"

quali case e edifici, altre macchine "reattive", con meccanismi di

"riflesso", capaci cioè di adattare le proprie funzioni ad input

ambientali esterni, da cui la spasmodica ricerca di elementi e

sostanze che reagiscano il più velocemente possibile e lo

sviluppo di "servo-motori" in continua auto-regolamentazione a

circuito chiuso, i cosiddetti loop, a variazioni per noi addirittura

sensorialmente impercettibili con dinamica  memorizzazione

esperienziale da intelligenza artificiale.

 

Tornando al nostro tema specifico, le élite non sono "comparabili

a", ma "costituiscono" di fatto i servo-motori di qualsiasi

raggruppamento "sociale" animale, tutte le forme di cosiddette

"società", quelle umane comprese, cioè raggruppamenti di umani

"finalizzati" a "sopravvivenza" e "riproduzione", i due basilari

istinti "biologici" prima che sociali, infatti ci associamo "per"

sopravvivere al meglio non viviamo per associarci!

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

"Il localismo nell'economia

 

                                   

e nell'analisi del territorio

 

                                   

nella lingua e nella letteratura

 

                                   

nella gestione degli archivi

 

                                   

e delle biblioteche"

 

                                   

 

                                   

Sant'Oreste - Roma

13-14 ottobre 1995

 

"Atti del convegno"

a cura di Luciano Osbat

Manziana, Roma - Vecchiarelli, 1996

 

Pubblicazioni

"Dipartimento di storia

 e culture del testo e del documento"

Università degli Studi della Tuscia

Viterbo

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

 

"[...] un rapporto più sfaccettato fra biblioteca

pubblica e territorio.

 

 

Gli atti del convegno di Sant'Oreste si caratterizzano

per il taglio interdisciplinare degli interventi, riuniti

in tre sezioni:

 

- Il localismo nell'economia e nella società locale

 

- Il localismo nella lingua e nella letteratura

 

- Localismo e documentazione scritta.

 

[...]

 

Luciano Osbat (Il 'localismo': una dimensione della

realtà e una chiave di interpretazione) parte dalla

definizione un po' angusta che di localismo dà

il Vocabolario della lingua italiana dell'Istituto della

Enciclopedia Italiana per analizzare il concetto nella

storiografia contemporanea.

 

Al particulare, al localismo della chiusura, del

campanilismo, dell'egoismo, ovvero al localismo

'triste', contrappone il concetto di società locale

come sistema di relazioni nel quale agiscono

numerosi soggetti attraverso forme di reciproco

collegamento e interdipendenza.

 

 

Seguono numerosi interventi di natura archivistica,

sociologica, economica, linguistica e letteraria

(alcuni di grande erudizione, altri di notevole

spessore metodologico, come Comunicazione

culturale e identità nelle piccole comunità del Lazio 

di Francesco Petroselli, dell'Università di Göteborg)

e, quindi, quattro contributi di carattere

biblioteconomico.

 

Piero Innocenti (I luoghi della memoria scritta)

commenta la frase di Leibniz  Bibliotheca si tantum

servat, non servabitur per criticare il localismo da cui

la biblioteca proviene, un localismo che troppo

spesso si rispecchia in sé stesso.

 

 

Richiama la grande lezione di Giovanni Gentile che

per primo inserisce consapevolmente il problema

della storia locale nella Storia tout court in Il

tramonto della cultura siciliana (1917) dove

contrappone Isidoro La Lumia che di un episodio

europeo (Carlo V) fa storia locale a Michele Amari

che di un episodio siciliano (i Vespri) fa storia

universale.

 

Giovanni Solimine (La biblioteca pubblica 'generale'

e 'speciale' all'interno dei sistemi di documentazione

locale) definisce i compiti della biblioteca locale, una

biblioteca speciale per la sua connessione con la

Comunità locale di cui è espressione, non solo in

termini di consumo ma anche di produzione

culturale.

 

 

Essa può divenire un istituto che può dare il suo

contributo nella selezione e organizzazione delle

fonti e nell'uso dei documenti locali, in raccordo con

altre strutture e servizi che hanno le medesime

finalità (archivi, musei, centri culturali).

 

Fabrizio Leonardelli (Fonti storiche locali in

biblioteca: aspetti organizzativi nella Biblioteca

comunale di Trento) illustra, in una relazione molto

articolata, le numerose attività di diffusione e

valorizzazione dell'informazione territoriale da parte

della Comunale di Trento da lui diretta... 

 

[...]

 

Con i contributi di questo volume e con gli studi

ricordati all'inizio, la documentazione territoriale

viene finalmente ricondotta in un'ottica più concreta,

rispettosa della tradizione culturale e organizzativa

italiana, assai diversa da quella canadese,

statunitense o australiana (realtà in cui la

documentazione locale è in genere conservata nelle

biblioteche universitarie, in archivi che ne

costituiscono dei dipartimenti) perché da noi essa si

è stratificata nel tempo in istituti di differente natura

e finalità, istituzionalmente o tradizionalmente

deputati alla sua conservazione ed è improponibile e

antistorico ipotizzare la sua composizione unitaria.

 

La biblioteca locale non può raccogliere

sistematicamente neppure l'insieme della

documentazione territoriale corrente manoscritta,

dattiloscritta, audiovisiva e a stampa.

 

 

Può solo focalizzare il proprio intervento su un

limitato numero di soggetti per i quali presume

realisticamente di raggiungere un risultato

soddisfacente.

 

I vari istituti dovrebbero semmai cooperare per

giungere all'offerta di un catalogo integrato del

patrimonio, condividendo le proprie basi di dati.

 

 

Questa è anche la proposta di Genius loci presentata

per Telematics for libraries, Call for proposals 96,

all'interno del Programma Biblioteche della

Comunità Europea ('Commissione europea DG

XIII/E'): il contatto è Andrew Coggins, Department of

Leisure and Arts, Oxfordshire County Council, Holton

Oxford, UK.

 

[...]"

 

Mauro Guerrini

Università di Udine

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                   

 

                                   

"Anima Urbis"

 

                                   

 

                                   

Il nuovo mondo e il vecchio

 

                                   

ovvero l'evoluzione del concetto

 

                                   

 di "Comunità"

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Una Città, luogo antropizzato per eccellenza, centro "urbano"

piccolo o grande che sia, ha sempre molteplici dimensioni, prime

fra tutte la città "fisica" (a Trogir superenfatizzata a scopi

puramente commerciali, anche se con toni spesso francamente

antistorici!), muri, case, piazze, ponti, manufatti, "vuoti per pieno",

e una città "invisibile" ai turisti ma anche alle nuove generazioni

di  abitanti, palpabile spirito latente che ne ha generato la forma

attuale, intrecciate ormai in un unico "organismo urbano" che la

rende specifica e riconoscibile.

 

Anima Urbis, lo "spirito della Città", quell'esperienza unica,

comune, condivisa, comunitaria e "identitaria" di usanze e regole

non scritte, codici non rintracciabili che nell'eredità di "simboli" e

"metafore", spirito "vitale" il quale, se in evaporazione, certificherà

morte certa al centro urbano, "spirito soprattutto di continua

lettura" e conseguente adattamento (auto-regolamentante!) del

susseguirsi di "ogni" tempo presente, che si trasforma e adegua a

nuove esigenze nello spazio urbano, trae sempre nuova vita dagli

stessi racconti, riposa sicuro su una trama di relazioni sociali

sempre rinnovate...

 

 

Di fatto "indicatore" di stato di salute della popolazione, capacità

di rimanere attuale, di sopravvivere guardando avanti, collegata a

senso di "appartenenza" e "identità" - come dice Calvino della

città invisibile "Questa città non si cancella dalla mente, è come

un'armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le

cose che vuole ricordare" - dispositivo mnemonico che lega al

ricordo la sua sopravvivenza, in cui ciascuno si identifica nei suoi

"mutamenti" del collettivo per non morire "di tempo", senza cui le

città si perdono "rassegnate" a continuare solo a "assomigliarsi",

come se "pietrificate", non nelle pietre fisiche degli edifici che pur

vivono del contatto con la gente, ma profondamente "dentro", alla

fine scomparendo a corpo morto in un baratro sociale e culturale

da luogo abitato senza più "carattere", ormai "città" solo in senso

generico e diffuso, una fra le tante come qualunque altra.

 

Una Città "in crisi" quella in cui alla misura della propria "civiltà"

si va sostituendo la macchina "produttiva" che si espande (come

in Cina dal villaggio di bambù dilaganti  agglomerati di cemento,

"annichiliti" dal non saper più identificarsi con il proprio

patrimonio culturale), frattura insanabile da "globalizzazione"

capitalista vendutaci di frodo come "interazione tra culture", ma in

pratica imposizione di una prepotente cultura aliena su tutte le

culture locali, una "monocultura" sulla varietà culturale, fatale

esattamente come in natura per le colture.

 

 

I "borghi", i centri "minori" di Pasolini, realtà provinciali di

patrimonio straordinario espressione più diretta dello sviluppo

antropico, abbandonati a sé stessi o "gettati" indegnamente sul

mercato internazionale turistico di massa come nient'altro che

"prodotti da vendere" (!?), curiosa and a piece of trivia per i "ci

sono stato anch'io", un osso ai cani per il bene "economico" della

Comunità!, attirando - nemmeno a dirlo - investimenti

"speculativi" di attori esterni completamente "avulsi" e

disinteressati ai bisogni "culturali" e legittime aspettative "sociali" 

della Comunità, come pure alla loro storia.

 

Centri "minori", d'accordo non proprio "grandezze" per

dimensione fisica alla pari di Città Storiche o d'Arte, ma

ontologicamente di fatto vere e ancor più fragili Città in miniatura -

con i loro tempi, le loro variazioni, eccezioni, diversità, ambiti e

funzioni, organismi non storicamente e culturalmente ancora

"risolti", finiti, riconoscibili nella specificità della forma, in attesa

d'ulteriore "crescita" per sopravvivere, nuovi ordini e strutture nel

contesto ambientale, non come città "diffuse", parassitarie e

superficiali, piuttosto capaci di reinserircisi mettendo radici

ancora più profonde e capillarmente distribuite, alberi di un bosco

vivo che nutrono il territorio intero compattandolo e sostenendolo

a diffondere sempre rinnovata vita.
 

 

Il patrimonio "minore" del borgo, insieme di tracce e segni lontani

dalle Città d'Arte, luoghi sconosciuti o almeno poco frequentati

dall'immaginario collettivo fino a che "svenduti", di grande valore

specifico nella loro matrice culturale, rapporto con la storia che

diventa racconto, bagaglio di tradizioni, usi e costumi sottratti

all'"usa-e-getta" di una falsa cosiddetta "modernità", "Bene

Culturale" a tutti gli effetti riconoscimenti ufficiali a parte, in

quanto "testimonianza materiale avente valore di civiltà", più la

sua funzione sociale, quei fattori trasversali alla base dello

sviluppo della "collettività" in "Comunità", l'identità locale fatta

anche di una "solida" idea di progresso.

 

Dagli Anni Sessanta i beni storico-artistico-paesaggistici elementi

"costituenti del territorio", oggi concetto esteso legandosi

indissolubilmente ad altre categorie pur esse parte dei beni

culturali e "insieme" al territorio, con preciso valore documentale

attraverso cui passa la costruzione e consapevolezza d'identità

comune, ricco patrimonio minore associato, espressione di

continuità e contiguità il cui contributo civile rimane inestimabile

nel radicamento locale in sinergia e simbiosi con condizioni

fisiche, geografiche, storiche e culturali del territorio da cui è stato

generato.
 

 

Gli elementi che contribuiscono alla "ricchezza" di un luogo (soldi

esclusi, non nel senso di una sana economia "condivisa" ma in

quello predominante di arricchimento "personale"!) la sua

"identità" e "eredità" da tutelare, valorizzare e trasmettere a

generazioni a venire quale futura "memoria" viva:

 

 

Patrimonio "Materiale"

 

Singoli monumenti - edifici, castelli, rocche, parchi, giardini,

eremi, monasteri, chiese, sculture, dipinti-  e sistemi complessi -

urbanistici, siti archeologici, gruppi di costruzioni tipiche,

depositari "locali" di valori umani universali grazie a tessuti

unitari, architetture - ancora particolare integrazione con il

paesaggio fisico naturale su cui insistono, oltre al loro valore

storico, artistico e scientifico.

 

 

Patrimonio "Immateriale"

 

Aspetti "culturali" che identificano la Comunità, saperi, usi,

costumi, tradizioni orali, pratiche sociali, riti e feste, specifiche

conoscenze autoctone e abilità artigianali, patrimonio

"intangibile" umanamente più "sostanziale" di quello fisico, in

eredità ad evolvesi secondo il variare delle esigenze comunitarie

in rapporto all'ambiente, i tanti "perché" si è fatto e si fa "quello"

che si fa e in "quel" dato modo, riferimento del senso di

appartenenza al territorio, mantenimento d'identità e garanzia di

continuità, espressione di "diversità" culturale e "creatività"

sociale.

 

 

Patrimonio "Narrato"

 

Ogni forma di "racconto" del luogo - orale, cantato, musicato,

ballato, scolpito, dipinto, tessuto, scritto in poesia e prosa,

fotografato, videoregistrato, filmato o teatralmente rappresentato -

che apporti l'unicità percettiva del "suo" frammento "olografico"

di storia del territorio e dei suoi abitanti.

 

 

Patrimonio "Naturale"

 

La totalità dell'ambiente non ancora o minimamente antropizzato

o, nonostante tutto, non antropizzabile - latitudine, clima,

morfologia, natura del suolo, fenomeni naturali e forze connesse,

tutte le forme di vita animale e vegetale - complessivamente di tale

rilievo estetico, economico e scientifico da incidere

profondamente sullo sviluppo sociale umano locale, "territorio"

come entità complessa che si esprime attraverso segni

riconoscibili, elementi messi "a sistema" dalla Comunità, capaci di

cearere "valore aggiunto", sinergico come parti di un unicum,

manifestazione di un pensiero "organico" che accomuna e non

frammenta, unisce senza dividere, mai lasciando isolate le parti

che lo compongono, "fusione" armonica di due aspetti

fondamentali, la soggettiva dimensione "emotiva" dalla loro

frequentazione e la oggettiva dimensione "trasformatrice" quale

percettibile estrinsecazione di "fenomeni" nello spazio geografico,

morfologico e sociale in un rapporto corale tra umani e

paesaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                   

 

                                   

La simbiosi natura-umani

 

                                   

 

                                   

 

                                   

La Comunità umana che si insiedia in un luogo ne individua via

via le specificità, elementi che diventano socialmente "identitari"

fino alla riconoscibilità, legati intimamente alla presenza e alla

percezione in "quel" determinato contesto, condizioni fisico-

ambientali che confluiscono a "condensatore" sociale e culturale

di vicende storiche, detentore di memorie e leggende a stratificarsi

in successione generazione dopo generazione al di là delle vite

dei singoli in una sorta di "immortalità collettiva"

 

 

In "quale" direzione l'evoluzione di questo senso sociale di

"Comunità" non necessita di ulteriori "chiarimenti", anche perché,

come chi mi sta leggendo sicuramente sa, - purtroppo o per

fortuna - nessuna "sfera di cristallo" che possa aiutare, non ne

esistono "manuali per l'uso" né brevetti...

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Il ruolo delle élite

 

                                   

quali che esse siano?

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Al di là di "settarismi" e "personalismi" aiutare la

Comunità alla semplice ma cruciale "scelta" del

miglior "stile" di vita"condivisibile" da tutti

- naturalmente...

 

Cos'altro?

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Bon voyage mes amis!

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

La particolarissima Città di Traù

 

Trogir è tutta la sua storia

 

Vivere bene - La più antica farmacia d'Europa

 

L'Orto Agricolo-Botanico-Culturale Garagnin-

Fanfogna

 

"Villa Bianca" - Un reiterato delitto di incuria

 

Il nuovo ponte di Čiovo

 

Trst - Il mito di una Trieste mai "slava"

 

"Cosa Vostra" - Ancora troppo e obsoleto

provincialismo invece di sano "localismo"

 

Srebrenica - Bosnia ed Erzegovina 11-22 luglio

1995

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

Non del tutto estranea al contesto una per me

dovuta nota a piè di pagina "culturalmente"

rilevante e rivelante a chi possa mai interessare...

 

 

Nel mio quarto di secolo a Trogir (wow!...), mi ha sempre lasciato

alquanto confuso e pieno di stupore  la reazione, immediata e

stizzita, dei miei amici - a dire il vero più che stizzita, incazzata e

quasi risentitamente "aggressiva", nel caso  il mio gentile

interlocutore non mi conosca abbastanza! - al mio disinvolto

pronunciare la parola "Balcani", "Balkans", "Balkan".

 

E mi ritrovo tutto rattristato dall'aver involontariamente "offeso"

qualcuno, pieno di sensi di colpa e di vergogna per questa mia

"boccaccia", preso in contropiede, lì ad annaspare come pesce

fuor d'acqua balbettando ancora di peggio - come "Ma qui siamo

nei Balcani... o no...!?".

 

 

"Balcani" nasce come concetto puramente geografico, a definire la

Penisola "dei Balcani" o "Balcanica", infatti è più corretto dire

anche la Penisola "Italica", e il suo significato originario, quale

termine geografico, prende a riferimento la "catena montuosa" che

da Est ad Ovest attraversa la Bulgaria - in Turco balkan,

montagna.

 

L'intero territorio della Penisola Balcanica, comprende oggi

Bulgaria, Grecia, parte della Turchia (cioè Tracia Orientale), tutte le

neo-repubbliche dell'ex Repubblica Federale di Jugoslavia -

Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia del Nord, Montenegro,

Serbia e Slovenia - e Albania, come solito aggiungendo a questi

Stati anche la Romania, per aver di fatto condiviso profondamente

la storia balcanica.

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

   

 

                                   

 

                                   

 

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

 

   

 

                                   

 

                                   

 

                                   

 

 

   

 

   

 

                                   

 

 

Albania

 

Bosnia e

Erzegovina

 

Bulgaria

 

Cossovo

   

 

                                   

 

 

   

 

   

 

                                   

 

 

Croazia

 

Grecia

 

Macedonia

del Nord

 

Montenegro

   

 

                                   

 

 

 

 

           

 

                                   

 

 

Serbia

 

Slovenia

 

Turchia

           

 

                                   

 

                                   

 

                                   

La "Seconda Guerra di Morea" o del Peloponneso, nota anche

come "Settima Guerra Ottomano-Veneziana" o "Piccola Guerra",

ma in Croazia come "Guerra di Sinj", l'ultimo conflitto sulla

Penisola Balcanica tra le due "super-potenze" - la Repubblica di

Venezia e l'Impero Ottomano, una guerra combattuta dal 1714 al

1718 e conclusasi con vittoria ottomana e conseguente perdita

veneziana dei territori peninsulari greci, la monarchia asburgica in

salvifico "aiuto" della Serenissima a rischio di perdere molto di

più in caotica ritirata, vincendo gli Austriaci sul fronte del Danubio

e costringendo il nemico alla firma del Trattato di Passarowitz, che

porrà di fatto fine alla guerra.

 

Solo nel XIX sec, insieme all'espressione puramente geografica

"Penisola Balcanica", il termine comincerà ad essere usato anche

politicamente e altro, per designare ad esempio la parte europea

dell'Impero Ottomano, quando in quelle aree, abbandonate via via

dai Turchi sotto la pressione dei movimenti indipendentisti e

delle potenze europee loro sostenitrici, compariranno sulla scena

internazionale nuovi protagonisti, come Bulgaria, Grecia,

Montenegro, Romania e Serbia.

 

 

Nei libri di storia viene infatti definita come "Lega Balcanica" la

coalizione dei "Popoli Balcanici" contro la Turchia nel 1912 e

come "Guerre balcaniche" quelle della Lega Balcanica contro la

Turchia nel 1912 e 1913 (la dissoluzione dell'Impero Ottomano a

consumarsi fra il 1908 e il 1922).

 

Da ora in poi il mosaico politico dei Balcani brillerà, tutto a suo

modo, tanto di grandi utopie quanto di piccoli Stati, eccezione

fatta proprio per la Repubblica Federale di Jugoslavia, inizi

seconda metà Novecento promotrice del "Movimento dei Paesi

Non Allineati", molti appunto del "Terzo Mondo", non appena

indipendenti nel corso  del processo di "decolonizzazione", forza

autonoma anti-colonialista e anti-imperialista nel postbellico

mondo bipolare delle due interferenti "superpotenze" di allora,

"neutralismo" affatto gradito né da Stati Uniti d'America né da

Unione Sovietica, con ben 85 fra Stati e Movimenti nel 1976 che

diventateranno 108 nel 1992, comunque nel 1979 all'Avana il

sofferto messaggio d'addio di Josip Broz Tito al Non

Allineamento, proprio da lui, insieme all'indiano Jawaharlah Nehru

e all'egiziano Gamal Abdel Naser, la visionaria triade trainante...

 

 

Oltre alle guerre nella Penisola Balcanica poi, anche tutte le lingue

qui parlate vengono assieme definite "balcaniche", pur

appartenenti a famiglie diverse - Albanese, Bulgaro, Greco,

Macedone, Romeno, Serbo-Croato oggi Bosniaco, Croato e Serbo,

Sloveno e Turco.

 

È vero, nella Lingua Italiana moderna e contemporanea venivano

prima altrimenti fatti certi usi figurativi del termine per definire

sistemi instabili o metodi "non ortodossi" (qui dovremmo aprire

un'altra nota!...) a proposito di ebollizioni sociali e disordini

politici, anche un modo sui generis di fare le cose o anche non

farle, ma l'Italiano oggi parlato - il corrente l'unico "reale"! - per

definire il concetto a cui legittimamente si reagisce fa letterale

ritorno alle origini geografiche del termine, optando per "bulgaro",

come il famigerato "editto o  diktat o ukase bulgaro" di Berlusconi

il 18 aprile 2002, contro, a sua distorta opinione, l'"uso criminoso"

della TV pubblica da parte dei due giornalisti Enzo Biagi e Michele

Santoro e del comico Daniele Luttazzi, illecito quanto vigliacco

"invito" pressante alla dirigenza RAI ad "ostracizzarli", cosa che di

lì a poco puntualmente si realizzerà con l'immotivata ed illegale

estromissione dei tre dai palinsesti della statale Radio Televisione

Italiana!

 

 

La mia rubrica "Storie balcaniche - Dalmazia e dintorni" vuole,

naturalmente in modo scherzoso e assolutamente non offensivo

nei confronti dei locali interessati figuranti nei miei articoli, molti

di denuncia,e di eventuali lettori italofoni o con conoscenze della

Lingua Italiana,  giocare sulla stuzzicante ambiguità della parola -

e quindi... ebbene sì, mea culpa!, dichiarandomi però subito "non

colpevole" e sperando in una assoluzione piena dagli amici Croati

"perché il fatto non sussiste" o almeno in un marginale talmente

minimo da essere in pratica più che trascurabile e, volendo,

generosamente perdonabile.

 

 

Grazie!